Il cucchiaio della “sofficezza”

La finestra socchiusa.

Prologo

Non c’era gara più avvincente, e non c’è ancora oggi ricordo più dolce e messo a fuoco, di quella staffetta dalla sala alla cucina, per agguantare quello che io amo chiamare, il cucchiaio della “sofficezza”. Qualcosa che nella lingua italiana non c’è. E perdonerete, spero, l’improvvisazione del momento; ma proprio non saprei descrivere altrimenti, questo ricordo e tutto ciò che vorrei ad esso affiancare. Le sensazioni della pelle, della mente che ricorda e degli occhi che si gonfiano, sono difficili da raccontare. La sofficezza si presta come nessun altro aggettivo, seppur strampalato, a rubare quei ricordi, quegli odori che hanno alleggerito gran parte della mia infanzia. Quando insieme a mio fratello, mi imbattevo nella noia e cercavo in tutti i modi di sconfiggerla. Prendendola a calci fino a chiuderla definitivamente fuori. Per me la sofficezza è come un’arpa che sfiora solo le note più lievi. Come una carezza che non smette mai di farti sentire al sicuro.

Il cucchiaio della “sofficezza”

C’è una finestra socchiusa, l’aria che da fuori prova ad entrare e, timidamente, a scambiare almeno due parole con quella nuvola profumata di un aroma inconfondibile, forse il più amabile mai incontrato al di qua di un vetro domestico. Un paio di mani indaffarate e un corpo all’opera all’interno della cucina. Quali strani suoni ci sono ad accompagnare la danza degli odori, e sono molti. E’ come qualcosa che somiglia al caldo, al morbido, liscio, ruvido e polveroso, tutto insieme. Come la farina che si diverte a venir giù dalle mani della mamma. E’ lei a guidare queste sensazioni. Da poco più avanti alla porta della cucina, arriva un chiacchierio di bambini e dei piccoli passi poco a poco diventano forti, smaniosi di giungere a destinazione. Fratello e sorella, neanche vent’anni in due. Due paia d’occhi a immortalare la tavola apparecchiata a mo’ di banco da lavoro. Il lavoro della mamma sembra essere il più bello del mondo. Quei due piccoli curiosi spettatori, lo sanno bene. Litigarsi il posto migliore della tavola, per vedere la mamma, anche se questo non ha un’apparente logica. Se non quella di studiare il preciso movimento delle mani e l’ordine ormai quasi assimilato del tutto, con cui i vari ingredienti finiscono nella ciotolona rossa di plastica. Misteriosa e affascinante come nessun altro attrezzo visto in cucina. Come se questa fosse una tasca magica, senza fine, nella quale buttare tutto seguendo una serie di regole scritte per esteso e chiamata, ricetta. Lo scrocchio delle uova rotte e quella bolla arancione di una forma perfetta, che cade sempre alla stessa maniera. Lo zucchero che, con il suo fare granelloso e vivace ricopre tutto, finché una frusta o un cucchiaio non compia il miracolo. Il giallo della crema appena ottenuta fa gola ai piccoli assistenti impazienti, come non mai. Devono portare a termine la loro missione.
La cosa che più conta è anticipare di appena un paio di secondi il momento in cui ,qualcosa, inizia a crescere dentro la ciotola. Sì, quel momento in cui ti accorgi che lentamente tutto prende una forma. Senza spigoli, morbida e invitante. Talvolta con piccoli scogli di cioccolato fondente. E’ la crema più bella che si possa desiderare, profuma di dolce, di yogurt e appena la senti sciogliere in bocca sai che non proverai mai un’overdose di gusto che possa eguagliarla. Si capisce guardando negli occhi i due piccoli assistenti della mamma. Quando la crema gialla raggiunge la consistenza giusta, arriva il momento di riporla nello stampo che l’accompagnerà in forno. Ai bambini importa solo quel fatidico momento. Come la mamma si sarebbe allontanata dal tavolo e la ciotolona rossa magica sarebbe rimasta sola soletta, loro sarebbero intervenuti. Ma solamente uno può uscirne vittorioso perché la gola e l’estasi causati da sofficezza non lasciano scampo. I bambini assumono d’un tratto sembianze strane, quasi possedute dallo spirito del gusto e guidati dal re granelloso, con tanto di mantello e trono a forma di zolletta. I bambini non lo vedono chiaramente, ma sanno che esiste. E’ lui a indicargli la missione finale, il vello d’oro della cucina della mamma. Ed era stato mandato nelle cucine di tutte le mamme, di tutto il mondo, sotto forma di cucchiaio ricoperto da uno strano impasto color ocra. I bambini a un certo punto dovevano capire come anticipare le mosse, l’uno dell’altro, e agguantare il cucchiaio. Quasi sempre accadeva nello stesso momento in cui la mamma infornava il dolce, e in quel preciso momento si ripeteva la stessa storia. L’aria che da fuori era giunta in casa, non riusciva a capire come si potesse essere in un momento solo, parte di mille sensazioni insieme. Il caldo e il ruvido che nel forno stavano trasformando quella crema, allo stesso tempo manteneva il fresco sapore, umido e imperfetto nell’armonia delle parti che hanno i vari ingredienti, al di fuori. Però quell’attimo era perfetto, al bambino cui a turno spettava questa fortuna, il vento sussurrava piano qualcosa. Era leggero il suono della sua voce e non vi erano dubbi. Al cuore, ancor prima che alle orecchie, arrivò il suono della sofficezza.

Questo breve racconto è uno dei miei primi esperimenti di “food writing”. A partire da una ricetta, questa https://neilcaffeneillatte.wordpress.com/2013/10/30/la-sofficezza-del-ciambellone-allo-yogurt/, io avrei dovuto scrivere qualcosa in grado di evocare ricordi, sensazioni; il tutto secondo una forma più o meno narrativa.

Spero di esserci riuscita.

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