Il cucchiaio della “sofficezza”

La finestra socchiusa.

Prologo

Non c’era gara più avvincente, e non c’è ancora oggi ricordo più dolce e messo a fuoco, di quella staffetta dalla sala alla cucina, per agguantare quello che io amo chiamare, il cucchiaio della “sofficezza”. Qualcosa che nella lingua italiana non c’è. E perdonerete, spero, l’improvvisazione del momento; ma proprio non saprei descrivere altrimenti, questo ricordo e tutto ciò che vorrei ad esso affiancare. Le sensazioni della pelle, della mente che ricorda e degli occhi che si gonfiano, sono difficili da raccontare. La sofficezza si presta come nessun altro aggettivo, seppur strampalato, a rubare quei ricordi, quegli odori che hanno alleggerito gran parte della mia infanzia. Quando insieme a mio fratello, mi imbattevo nella noia e cercavo in tutti i modi di sconfiggerla. Prendendola a calci fino a chiuderla definitivamente fuori. Per me la sofficezza è come un’arpa che sfiora solo le note più lievi. Come una carezza che non smette mai di farti sentire al sicuro.

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